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Con il numero chiuso calano gli abbandoni

Quarantatré candidati per un posto. È a Catania, facoltà di odontoiatria, che si gioca il match più difficile tra le aspiranti matricole: lo scorso anno a contendersi le 20 postazioni in aula sono arrivati in 858. Una selezione durissima che ha premiato i più preparati, capaci di azzeccare buona parte delle risposte agli 80 quesiti nel giro di due ore: 65,3 il punteggio minimo per classificarsi. [...].

L'asticella del numero chiuso si alza o si abbassa a seconda dell'ateneo. Le prove stabilite a livello nazionale per medicina, odontoiatria, professioni sanitarie, architettura, veterinaria e scienze della formazione sono identiche, ma il "voto" minimo per entrare dipende dal numero di posti disponibili e da quanto è affollato il plotone dei concorrenti. Una situazione che non è sfuggita al giudizio del Cnvsu, il comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario (prorogato inattesa dell'Agenzia), che raccomanda al Miur una puntuale verifica dei risultati e del rapporto tra immatricolabili e presenti alle prove. «La selezione è fondamentale - conferma Rocco Curto, presidente della conferenza dei presidi di architettura - : una soluzione potrebbe essere inserire soglie minime che vanno raggiunte dai candidati a prescindere dai posti disponibili».

Nonostante i test di ingresso suscitino spesso critiche - troppo nozionistici - e sia diffusa la volontà di correggerli con altri parametri di valutazione (ad esempio il voto di maturità), alcuni indicatori rivelano che hanno una certa efficacia.
«Le facoltà con gli studenti più regolari - si legge nel decimo rapporto sullo stato del sistema universitario del Cnvsu - sono quelle dove vi sono prove di selezione all'ingresso e accessi programmati». A medicina, ad esempio, il 79,8% degli iscritti è al passo con gli esami e circa l'81%si laurea "in corso".

Buone performance si registrano anche per le lauree programmate a livello locale dagli atenei, sempre che sia forte la concorrenza tra i candidati. È il caso di psicologia, che nel 2009 per circa 12mila posti in palio ha registrato quasi il doppio dei candidati. Oltre il 53% degli iscritti si laurea regolarmente e gli abbandoni tra il primo e il secondo anno sono al 6%, rispetto a una media generale del 17,7 per cento. Anche architettura, veterinaria e medicina registrano poche débâcle: dopo il primo anno rinuncia il 5,1% dei tecnici, il 13,4% dei veterinari e il 4,6% dei camici bianchi. A più alta dispersione l'area scientifica (una matricola su quattro si ritira dopo il primo anno), quasi mai a numero programmato.

Risultati in genere positivi, dunque, dove c'è il filtro all'ingresso, ma di certo il meccanismo si può migliorare. Il Cnvsu sottolinea la necessità di una più efficace attività di orientamento e tutoraggio nei confronti delle future matricole. Per veterinaria il Comitato «preso atto che sono circa mille gli immatricolabili e considerata la complessità delle strutture» evidenzia l'esigenza di ridurre le 14 sedi, visto anche che in altri Paesi sono di poche unità. A medicina, invece, dove la selezione è forte, «una valutazione più completa dice Andrea Lenzi, presidente della conferenza dei presidi di medicina e chirurgia - dovrebbe tenere conto in misura ponderata dei voti degli ultimi tre anni delle superiori e del giudizio di maturità».

Secondo Lenzi poi «potrebbe essere utile dopo una prima scrematura sottoporre i candidati a colloqui o test attitudinali». L'obiettivo è andare oltre il puro nozionismo di cui spesso sono accusati i quiz a risposta multipla. Nozionismo che in parte è già stato limitato. «Negli ultimi anni precisa Vito Svelto, presidente della commissione che predispone i test dell'area sanitaria - abbiamo aumentato i quesiti di carattere logico a discapito di quelli di cultura generale». La preparazione di base però va pur sempre dimostrata: «Un aspirante medico - conclude Svelto - può non sapere chi è Albert Sabin?».

Francesca Barbieri

Sole 24 ore, 26 luglio 2010

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