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Informazioni sul numero chiuso

Maturità 2012: uscite le materie per la seconda prova scritta

Le materie per la seconda prova scritta degli esami di Stato 2012 sono contenute nel decreto firmato dal ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca Francesco Profumo che individua, tra l'altro, anche le materie assegnate ai membri esterni.

Le prove scritte dell'esame di maturità dell'anno scolastico 2011/2012 si svolgeranno il 20 giugno (prima prova) e 21 giugno (seconda prova).
In particolare, per la seconda prova scritta sono state selezionate per le superiori le seguenti materie:

  • liceo classico – Greco
  • liceo scientifico – Matematica
  • liceo linguistico - Lingua straniera
  • liceo pedagogico – Pedagogia
  • liceo artistico - Figura disegnata
  • ragioneria - Economia Aziendale

Aumentano del 10% i posti disponibili per i corsi di medicina 2011

Il decreto, messo in cantiere dall’ex ministro Gelmini e firmato dal nuovo Ministro dell’Istruzione Francesco Profumo, prevede l'ampliamento dei posti per la facoltà di Medicina per l'anno accademico 2011/2012.

Il provvedimento autorizza le università a aumentare (massimo del 10%) il numero dei posti disponibili per le immatricolazioni degli studenti al corso di laurea in Medicina e Chirurgia.
 In tutto si tratta di 963 posti in più.

Nel procedere alle immatricolazioni degli studenti, le Università dovranno tener conto della posizione di merito in graduatoria e delle opzioni espresse dai candidati circa il corso scelto, consentendo a coloro che risultano già immatricolati al corso di laurea magistrale in Odontoiatria e Protesi Dentaria, indicato come seconda opzione, di transitare al corso in Medicina e Chirurgia qualora siano ancora interessati e l'entità dell'incremento dei posti lo consenta.

Test Bocconi 2012

Per entrare all'università Bocconi per l'anno accademico 2012/2013 gli elementi di selezione sono 3:

  1.  il curriculum scolastico del terzultimo e penultimo anno di scuola superiore con peso del 50%.
  2. un test di ammissione con peso del 45%.
  3.  come eventuali ulteriori elementi di valutazione, in subordine saranno presi in considerazione certificazioni linguistiche ed informatiche.

Il Test Bocconi è un test attitudinale, dura 90 minuti ed è composto da 100 quesiti a scelta multipla, incentrati su diverse aree di valutazione (ad esempio ragionamento logico-matematico, comprensione di brani.) I risultati del test sono calcolati secondo le seguenti regole:

  •  1 punto ad ogni risposta esatta;
  • 0 punti in caso di mancata risposta ai singoli problemi o quesiti;
  •  -0.33 per ogni risposta errata.

Il candidato indica nella domanda di ammissione online la lingua nella quale desidera svolgere il test, italiano o inglese. Cartelle, borse, telefoni portatili, calcolatori elettronici, non sono ammessi durante le prove e dovranno essere depositati al momento dell'ingresso in aula. Orario e sede presso la quale partecipare al test verranno indicati sul riepilogo della domanda di ammissione. Ai candidati che durante la compilazione della domanda di ammissione non avessero indicato di avere una certificazione di lingua inglese (o di prevedere di acquisirla e farla pervenire entro i termini di presentazione della documentazione), sarà richiesto, al termine della prova di selezione, di affrontare un test di verifica della loro conoscenza della lingua inglese, ininfluente ai fini della selezione, ma utile per una corretta assegnazione al percorso didattico di inglese in caso di ammissione.

Le novità del Decreto 2011

Il Ministero dell'Università ha pubblicato il 15 giugno il decreto che definisce modalità e contenuti delle prove di ammissione ai corsi di laurea a numero chiuso a livello nazionale: Medicina, Odontoiatria, Veterinaria, Professioni sanitarie triennali, Architettura.
Rispetto alle attese, vi sono alcune smentite e diverse novità a cui sono interessate decine di migliaia di ragazzi.
Il tema non è dei più semplici; Alpha Test da 25 anni prepara i ragazzi ai test di ammissione all'università e il suo responsabile corsi Stefano Bertocchi fa il punto della situazione dopo il Decreto.

COSA RESTA INVARIATO

«La cultura generale è la materia più controversa, e da più parti ci si attendeva la sua eliminazione: invece, almeno sulla carta, tra le materie oggetto d'esame rimane "cultura generale e ragionamento logico"».

COSA CAMBIA

 Le novità non sono da poco e Bertocchi cita le più rilevanti: «Per Odontoiatria e per Medicina si avrà una prova unica, con però due graduatorie distinte. Sarà quindi possibile candidarsi a entrambi i corsi di laurea precisando l'ordine di preferenza. Per la prima volta si introduce una soglia di punteggio minima di 20 punti per Medicina, Odontoiatria, Veterinaria e Architettura che a mio avviso risulta particolarmente significativa ad Architettura, visto che negli anni precedenti sono stati parecchi i ragazzi ammessi con un punteggio inferiore».
E poi c'è l'introduzione del test in inglese per l'ammissione ai corsi di medicina in lingua inglese (tra cui Pavia, Statale di Milano e Sapienza di Roma) e la sperimentazione che vedrà alcune sedi aggregate in graduatorie comuni con la possibilità per i primi classificati di scegliere la sede in cui immatricolarsi.

COME CI SI DEVE PREPARARE

«Se è vero che le novità non mancano e che occorre essere informati per esempio sulla costruzione delle graduatorie, dal punto di vista della preparazione ai test quello che si deve fare è prepararsi per tempo, utilizzando tutti gli strumenti a disposizione. La serietà dello studio e la motivazione faranno ancora la differenza».
Alpha Test organizza corsi di preparazione in 17 città. I primi corsi estivi per i test 2011 iniziano il 18 luglio ma c'è già chi si prenota per i primi corsi di preparazione ai test 2012 in programma a partire da ottobre. Per chi desidera prepararsi autonomamente, è possibile acquistare i libri Alpha Test specifici per ogni facoltà e già scelti da oltre 3 milioni di studenti.
Il sito alphatest.it e la pagina su facebook offrono anche notizie aggiornate in tempo reale a una comunità di studenti letteralmente assetata di informazioni: gli interventi su facebook a poche ore dalla pubblicazione del decreto sono già diverse centinaia.

Un anonimo aspirante medico risponde all'intervista sui test fatta ad Alberto Zangrillo

Martedì pomeriggio, di ritorno dal reparto ospedaliero che sto frequentando per potermi abilitare alla professione di medico chirurgo e prima di cominciare a studiare per l'esame di Stato, ho fatto un salto su Corriere.it e mi sono imbattuta nell'intervista estrapolata da Ok Salute al dott. Alberto Zangrillo. E così ho potuto leggere - con grande commozione - del suo dispiacere di padre di fronte a un figlio, così meritevole e perfetto per la professione medica, che non è riuscito a superare l'INIQUOtest di ingresso di Medicina. è buffo notare come la mia esperienza discordi totalmente con quella del dottor Zangrillo e di suo figlio: il caso voglia che il test di ingresso per la facoltà di Medicina, attualmente ministeriale, con domande a risposta multipla casuali e non estratte da un database presistente, sia l'unico (assieme a quello per l'ingresso al corso di Medicina generale) in tutto il panorama della facoltà e del post-laurea ad essere realmente meritocratico.

Esso, pur con molti limiti, ha al momento il grande, grandissimo merito di far si che i più bravi e preparati (pur senza conoscere alcun professorone o alcun parlamentare che possa dargli "un aiutino") riescano a mettere a frutto gli anni di studio e le proprie conoscenze, e riescano a inserirsi nell'ambito della sanità, ambito che dovrebbe accogliere solo i "migliori" perché vi si gioca la vita delle persone, ma che spesso invece va ad accogliere "i più conosciuti" o "i più sponsorizzati" a discapito della qualità del servizio erogato. A dirla tutta, leggendo il testo dell'articolo (cosa che ho fatto ripetutamente), non si riesce bene a capire quale sia la critica di base che Zangrillo fa a questo famigerato test di ingresso: il problema è il numero eccessivo delle domande in poco tempo? O forse che l'emozione gioca brutti scherzi? Oppure che le materie su cui verte il test sono troppo numerose? Qualsiasi sia la risposta, occorre ricordare al dott. Zangrillo che spesso in medicina ci si trova a combattere con l'emozione e con l'ansia, e che forse un ragazzo o una ragazza che si fanno prendere dal panico per un test a risposta multipla non sono poi così indicati per il ruolo del medico che spesso è costretto a lavorare sotto tensione. O ancora: se un ragazzo non riesce a rispondere a quelle domande così numerose in così poco tempo, mentre altri suoi coetanei che partono dalle medesime possibilitàvi riescono, forse non può essere inserito nel gruppo dei "più meritevoli".

O ancora: se le materie del test di ingresso sembrano al dottor Zangrillo troppo numerose, forse dovrebbe dare un'occhiata al numero attuale di esami e materie che uno studente di medicina deve affrontare per il conseguimento della laurea. O forse, e questo è quello che pensa la sottoscritta e che qualsiasi persona onesta intellettualmente e che si sia almeno una volta scontrata con l'ambiente medico, così ricco di favori, nepotismo e "figli di", il vero problema per il dottor Zangrillo è che questo è un test che bypassa qualsiasi tipo di raccomandazione: questo sì che è un vero problema. Perchè un test in cui mamma e papà non possono aiutarti, dove non conta se sei figlio del medico di Berlusconi o del falegname che non sa con certezza dove sia situata la colecisti, è un test che dà la certezza all'utente di trovarsi, un domani, non di fronte al solito "figlio di" col nome famoso e che poi magari non riconosce un tumore quando lo dovrebbe fare, ma di fronte a medici preparati che, pur con tutti i limiti umani che ciascuno può avere, hanno studiato e si sono preparati a dovere per ricoprire l'incarico che hanno.

Certo, comprendo che il dottor Zangrillo preferirebbe per l'accesso alla facoltà di Medicina un concorso simile a quello per l'accesso alle Scuole di Specializzazione: là è probabile che suo figlio e i tanti, tantissimi "figli di" che affollano gli ospedali e le università, potrebbero arrivare addirittura primi. Là, dove il potere è tutto in mano ai direttori di Specializzazione, dove i cognomi stranamente sono tutti molto simili, dove la seconda prova (discussione di un caso clinico) è miracolosamente svolta bene da ragazzi che fino all'anno prima balbettavano a tutti gli esami frasi incomprensibili e logicamente non corrette (salvo poi avere sul libretto fior fior di trenta). è strano che su questo test di ingresso nessuno (tranne i poveri studenti che non conoscono nessuno di famoso) abbia mai niente da ridire. Trovo assurdo che un giornale come Corriere possa dare spazio a un'intervista del genere, almeno (per par condicio) riportate anche l'intervista a uno dei tanti ragazzi che, entrati tra i primi posti al test di ingresso a medicina, laureatisi in tempissimo con 110 e lode, si sono visti superare al concorso di specializzazione dal raccomandato di turno. Chiedete a loro, quale dei due concorsi possa dirsi meritocratico.

Lettera anonima inviata al Corriere della Sera

Corriere della Sera, 13 gennaio 2011

Slitta il "bonus maturità" per i test universitari a numero chiuso

Il "bonus maturità" per accedere ai corsi di laurea a numero programmato slitterà ancora di un anno. Il decreto prevede 10 punti (sui 100 totali previsti per gli esami di ammissioni a tali corsi di laurea) da attribuire in base ai risultati ottenuti dal ragazzo durante il percorso scolastico, mentre gli altri 90 punti sono in carico al test d'ingresso. La novità è contenuta nell'articolo 41 della bozza del decreto milleproroghe. La normativa su questa speciale "dote" al merito scolastico è del 2007 e risale all'ex governo Prodi. I ministri Fabio Mussi e Giuseppe Fioroni avevano deciso di consentire ai maturati eccellenti di partire in vantaggio. Per ottenere il bonus, bisogna essere in presenza di una media complessiva non inferiore a 7/10, nell'ultimo triennio, e di un voto di diploma non inferiore a 8/10. In più, va considerata anche la lode e gli 8/10, in ciascuno degli ultimi tre anni, nelle materie attinenti alla scelta della facoltà. Questo bonus però non è mai stato applicato. I ripetuti rinvii nell'applicazione di questa norma sono sempre stati legati a problemi tecnici. Anche quest'ultimo. Le norme infatti, scrive la relazione tecnica all'articolo 41 del milleproroghe, fanno riferimento esclusivamente agli studenti «che frequentano le istituzioni scolastiche italiane». Non comprendono quindi: gli studenti comunitari (non italiani) e quelli extracomunitari regolarmente soggiornanti nel Belpaese che partecipano ai test d'ingresso e che vengono collocati nella medesima graduatoria. Tutte situazioni che non rendono uniforme e agevole applicare le norme sul bonus maturità.

Università, chi passa i test si laurea prima e trova lavoro

«Certo, chiedere "Chi ha vinto miss Italia nel 1992?" in una selezione per accedere alla facoltà di medicina può sembrare una bizzarria e probabilmente lo è anche. Ma i singoli errori nell' uso dello strumento non possono delegittimarne l' uso corretto».
A difendere i test per l'ingresso all'università che in questi giorni sono finiti sotto accusa da parte di studenti, professori e persino del ministero che addirittura annuncia alcuni cambiamenti per l'anno prossimo, è Alberto Sironi, amministratore delegato della Alpha Test, società che da vent'anni si occupa - fra le varie attività - di preparare gli studenti alle prove di accesso alle facoltà a numero chiuso: «È chiaro che essendo un operatore del settore sono anche parte in causa e in qualche maniera interessato, però non espongo convinzioni personali basate sul nulla, ma dati».
E i dati sono stati raccolti in un dossier: nelle facoltà in cui è prevista una prova di selezione per l' accesso ai corsi di laurea non solo il tasso di abbandono (cioè la percentuale che misura chi lascia l' università prima di finire) scende fino al 4 per cento (dai casi limite del 30-40 per cento nel caso di accesso libero). Ma quanto più è alto il punteggio al test di ingresso, tanto più è breve il tempo di conseguimento della laurea; e il tasso di occupazione dopo la tesi è maggiore rispetto alle facoltà senza selezione. Tradotto in cifre: nei corsi dell' area medica, per esempio, gli studenti che si sono laureano nei tempi previsti dal corso di laurea sono l' 81,5 per cento contro un dato medio nazionale pari a circa il 37,2 per cento.
Una situazione che secondo Alpha Test è determinata da vari fattori: prima di tutto si tratta di studenti più motivati, perché per superare il test di ingresso devono comunque studiare; poi il fatto di aver già effettuato una selezione prima dell' inizio del corso di laurea, evita l' imbuto che possono trovare i laureati di facoltà come giurisprudenza o lettere quando vanno a cercare lavoro.
Anche se contestati per i loro contenuti, alcuni vantaggi della selezione attraverso i test, invece che con i più tradizionali metodi del colloquio o del curriculum, sono riconosciuti da tutti: non c'è, ad esempio, quella discrezionalità nella valutazione che invece inficia gli esami classici come quello di maturità. E non solo: il sistema è rapidissimo perché il controllo è automatico e non possono esserci favoritismi. Infine è un sistema economico che permette di valutare in poche ore decine di migliaia di persone.
I test d'ingresso hanno ovviamente anche dei limiti. Il peso delle materie e delle domande va aggiornato in continuazione, sulla base di statistiche serie e rigorose perché è necessario vedere come cambia il rendimento all' università e la capacità di inserimento dopo la laurea sulla base del tipo differente di test di ingresso effettuato. E, secondo il dossier, per migliorare ulteriormente lo strumento si potrebbe pensare a test unificati in tutta Italia, per permettere poi a chi li passa di scegliere sulla base della graduatoria finale a quale università iscriversi.

Paolo Foschi

Corriere della Sera, 4 settembre 2010

Con il numero chiuso calano gli abbandoni

Quarantatré candidati per un posto. È a Catania, facoltà di odontoiatria, che si gioca il match più difficile tra le aspiranti matricole: lo scorso anno a contendersi le 20 postazioni in aula sono arrivati in 858. Una selezione durissima che ha premiato i più preparati, capaci di azzeccare buona parte delle risposte agli 80 quesiti nel giro di due ore: 65,3 il punteggio minimo per classificarsi. [...].

L'asticella del numero chiuso si alza o si abbassa a seconda dell'ateneo. Le prove stabilite a livello nazionale per medicina, odontoiatria, professioni sanitarie, architettura, veterinaria e scienze della formazione sono identiche, ma il "voto" minimo per entrare dipende dal numero di posti disponibili e da quanto è affollato il plotone dei concorrenti. Una situazione che non è sfuggita al giudizio del Cnvsu, il comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario (prorogato inattesa dell'Agenzia), che raccomanda al Miur una puntuale verifica dei risultati e del rapporto tra immatricolabili e presenti alle prove. «La selezione è fondamentale - conferma Rocco Curto, presidente della conferenza dei presidi di architettura - : una soluzione potrebbe essere inserire soglie minime che vanno raggiunte dai candidati a prescindere dai posti disponibili».

Nonostante i test di ingresso suscitino spesso critiche - troppo nozionistici - e sia diffusa la volontà di correggerli con altri parametri di valutazione (ad esempio il voto di maturità), alcuni indicatori rivelano che hanno una certa efficacia.
«Le facoltà con gli studenti più regolari - si legge nel decimo rapporto sullo stato del sistema universitario del Cnvsu - sono quelle dove vi sono prove di selezione all'ingresso e accessi programmati». A medicina, ad esempio, il 79,8% degli iscritti è al passo con gli esami e circa l'81%si laurea "in corso".

Buone performance si registrano anche per le lauree programmate a livello locale dagli atenei, sempre che sia forte la concorrenza tra i candidati. È il caso di psicologia, che nel 2009 per circa 12mila posti in palio ha registrato quasi il doppio dei candidati. Oltre il 53% degli iscritti si laurea regolarmente e gli abbandoni tra il primo e il secondo anno sono al 6%, rispetto a una media generale del 17,7 per cento. Anche architettura, veterinaria e medicina registrano poche débâcle: dopo il primo anno rinuncia il 5,1% dei tecnici, il 13,4% dei veterinari e il 4,6% dei camici bianchi. A più alta dispersione l'area scientifica (una matricola su quattro si ritira dopo il primo anno), quasi mai a numero programmato.

Risultati in genere positivi, dunque, dove c'è il filtro all'ingresso, ma di certo il meccanismo si può migliorare. Il Cnvsu sottolinea la necessità di una più efficace attività di orientamento e tutoraggio nei confronti delle future matricole. Per veterinaria il Comitato «preso atto che sono circa mille gli immatricolabili e considerata la complessità delle strutture» evidenzia l'esigenza di ridurre le 14 sedi, visto anche che in altri Paesi sono di poche unità. A medicina, invece, dove la selezione è forte, «una valutazione più completa dice Andrea Lenzi, presidente della conferenza dei presidi di medicina e chirurgia - dovrebbe tenere conto in misura ponderata dei voti degli ultimi tre anni delle superiori e del giudizio di maturità».

Secondo Lenzi poi «potrebbe essere utile dopo una prima scrematura sottoporre i candidati a colloqui o test attitudinali». L'obiettivo è andare oltre il puro nozionismo di cui spesso sono accusati i quiz a risposta multipla. Nozionismo che in parte è già stato limitato. «Negli ultimi anni precisa Vito Svelto, presidente della commissione che predispone i test dell'area sanitaria - abbiamo aumentato i quesiti di carattere logico a discapito di quelli di cultura generale». La preparazione di base però va pur sempre dimostrata: «Un aspirante medico - conclude Svelto - può non sapere chi è Albert Sabin?».

Francesca Barbieri

Sole 24 ore, 26 luglio 2010

Dispensa informativa sul numero chiuso

Il dossier di Alpha Test, Test di ammissione all'università – Informazioni sul numero chiuso ed esempi di test, in 24 pagine approfondisce ogni aspetto sul numero chiuso.

Per scaricare il documento integrale è sufficiente essere registrati ad alphatest.it.

Alpha Test, la prima casa editrice specializzata nei test di ammissione

Finite le fatiche della maturità, per oltre 250mila giovani è già ora di rimettersi a studiare. Per chi intende iscriversi all'università, infatti, la prima prova accademica scatta a inizio settembre. Test d'ingresso vincolanti o d'orientamento: uno scoglio da superare in otto atenei su dieci. Non solo per accedere a medicina e odontoiatria, ma anche a economia, giurisprudenza e ingegneria. Accanto alle facoltà a numero chiuso, sono in crescita i corsi di laurea ad accesso libero che mettono alla prova la preparazione degli studenti. Il risultato è che almeno l'80% degli atenei prevede una "barriera" all'ingresso.

Nel numero chiuso o programmato a stabilire i posti disponibili è il Miur: da oltre un decennio per tutti i corsi dell'area medico-sanitaria, architettura e scienze della formazione primariail numero dei posti è reso noto con una serie di decreti ministeriali [...].

L'obiettivo per tutti è superare le selezioni piazzandosi in una posizione utile, altrimenti si resta fuori e non c'è possibilità di appello. In base alle statistiche dell'anno accademico 2009/10 ad architettura riesce a entrare quasi un candidato su due, a veterinaria uno su cinque.

La concorrenza è più agguerrita a medicina, con nove aspiranti camici bianchi a contendersi l'accesso all'aula: le domande nel 2009 sono state oltre 71mila (+17,7% rispetto all'anno prima) per 8.075 posti disponibili. Per non parlare di odontoiatria: le iscrizioni al test sono state 20.058 (+6,1% sul 2008) per 690 ammessi, con un rapporto di oltre 29 candidati per ogni posto.

Diversa la sorte degli studenti che affrontano le prove di orientamento. Anche qui quesiti a risposta multipla, diversi a seconda del percorso: cultura generale o lingue per le lauree umanistiche; matematica, fisica e chimica per ingegneria; logica per giurisprudenza. Si tratta però di prove non selettive: chi non dimostra una preparazione sufficiente può comunque iscriversi, anche se si troverà penalizzato rispetto agli altri. Nella maggior parte dei casi con la "bocciatura" gli studenti accumulano un debito formativo che va azzerato entro il primo anno altrimenti si rischia il blocco degli esami.

Diversi gli strumenti per recuperare: corsi di recupero obbligatori con prova finale, attività didattiche facoltative e in alcuni casi l'obbligo di ripetere il test.

Il test non si improvvisa e per evitare sonore delusioni gli esperti consigliano di prepararsi per tempo. In commercio sono disponibili manuali ed eserciziari: accanto alla collana edita da Alpha Test, la prima casa editrice specializzata nel settore, si affiancano quelle curate da Hoepli, Editest, Utet e Rizzoli. In crescita anche le proposte di corsi, simulazioni di prove dal vivo e online.

Francesca Barbieri e Franca Deponti

Sole 24 ore, 12 luglio 2010

Non sottovalutare la serietà dei test, e non pensare che sia tutto casuale. Chi studia, può farcela.

La cattiva notizia è che, stando agli specialisti, il «riscaldamento» pre-test dovrebbe essere già iniziato da tempo. La buona notizia è che (per fortuna) chi fosse interessato ha ancora modo di recuperare. «Fino a qualche anno fa, gli studenti facevano la maturità, andavano in vacanza e iniziavano a prepararsi a fine agosto, salvo poi rendersi conto di non avere fatto abbastanza. Oggi, i ragazzi hanno preso consapevolezza della serietà di queste selezioni; quelli più motivati si rivolgono a noi addirittura dal penultimo anno di superiori». Renato Sironi è tra i fondatori di Alpha Test, organizzazione specializzata nella formazione per i test di ingresso universitari. «A livello nazionale, siamo il gruppo più longevo: il nostro esordio risale a 22 anni fa, quando nell’87 la Bocconi introdusse il primo test di selezione per le matricole».

E cosa è cambiato da allora?
«Sicuramente, come si diceva, i ragazzi (e le famiglie) sono più consapevoli dell’esistenza di una selezione severa. E infatti i nostri corsi di preparazione, che hanno un numero di posti limitato per mantenere la qualità didattica, si esauriscono piuttosto in fretta; ci capita di respingere delle richieste...».

Un «numero chiuso» per prepararsi al numero chiuso. Non è paradossale?
«In realtà il corso non è l’unica possibilità offerta a chi voglia prepararsi in vista del test: ci sono i manuali, gli eserciziari... Ne vendiamo oltre 150 mila copie all’anno, con una proposta che comprende un manuale e due eserciziari per ogni facoltà. Ai corsi (i prezzi vanno da 390 a 1.700 euro), invece, partecipano circa 3 mila persone su 13 sedi».

Come ci si allena, dunque, a superare gli «sbarramenti» di settembre?
«Innanzitutto bisogna distinguere tra i due tipi di domande proposte nei test: due macrocategorie completamente diverse. La prima include le domande logico-attitudinali. Servono a valutare le abilità logico-spaziali o logico-numeriche, ritenute indicative della capacità di seguire con profitto un certo indirizzo di studi. In questo caso non è richiesta una preparazione che includa il ripasso delle materie scolastiche; l’'allenamento', quindi, dura al massimo una settimana e mira a familiarizzare con queste prove, facendo capire la logica che sta dietro agli esercizi e abituando a risolverli in poco tempo. Perché il tempo, in effetti, è un fattore fondamentale».

E per la seconda categoria?
«Le domande, in questo caso, valutano la conoscenza di programmi ben precisi e di natura scientifica, che coprono la matematica, la fisica, la chimica di tutto l’arco delle superiori. In questo caso serve una vera e propria formazione, un ripasso generale. E può durare fino a 4 mesi. Anche per questo i nostri programmi iniziano a gennaio; e tutti comprendono prove simulate, con lo stesso numero di domande e la stessa tempistica dei test 'veri'».

Come si fa, invece, per le famigerate domande di cultura generale?
«Negli allegati al decreto, i programmi sono dettagliati con molta precisione. Fa eccezione, appunto, la cultura generale: solo nell’ultimo anno il ministero ha specificato che sarebbe stata attinente ai programmi delle superiori. Di fatto, è da diversi anni che questo tipo di quesiti spazia su vari argomenti e periodi storici. Questa imprevedibilità c’è, è inevitabile che qualcuno sia colto di sorpresa».

Consigli per i «candidati»?
«È importante sapere come vengono calcolati i punteggi: nei test ministeriali, il criterio è sempre stato un punto per ogni risposta esatta, -0,25 per quelle sbagliate, zero punti se si lascia in bianco. Quindi, se per ipotesi su una domanda a risposte multiple ignoro la soluzione, ma so escludere con certezza 2-3 alternative, conviene provare. Soprattutto: non sottovalutare la serietà delle prove, ma neppure pensare che sia tutto casuale. Chi studia, può farcela».

Jacomella Gabriela

La pagina del corriere.it: http://www.corriere.it/cronache/09_giugno_02/consiglio_superare_test_acfb7dec-4f40-11de-9f09-00144f02aabc.shtml

Accesso all’Università: sentenza chiusa

Nel dibattito sulla legittimità del numero chiuso, che in Italia continua da anni, la sentenza n. 1631 del 15 aprile 2010 della seconda sezione del Consiglio di Stato segna un momento importante, forse definitivo.

Il ricorso di uno studente per la mancata ammissione al corso di Odontoiatria è stato respinto. È opportuno ricordare che nel novembre del 1998 la Corte Costituzionale aveva già chiarito la legittimità del numero programmato. Nell'articolo 34 il Costituente, nel disporre che "la scuola è aperta a tutti" (comma 1), aggiunge che hanno diritto ad accedere ai gradi più alti degli studi "i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi" (comma 3). Il numero chiuso non viola quindi il diritto allo studio ma garantisce che il numero di studenti sia commisurato alle capacità delle strutture didattiche e del corpo docente.

Nella sentenza si legge anche una nota che riguarda i test d'ammissione "È da ritenere generica, tautologica e priva di riscontri la censura relativa all'asserita inadeguatezza dei test, che misurerebbero le capacità nozionistiche del candidato e non la sua attitudine ad esercitare la professione medica...".

Numero chiuso: amico o nemico degli studenti?

In Italia ci si interroga periodicamente sulla legittimità, sull’opportunità e sulle modalità di regolamentazione per l’accesso ai corsi universitari. Questo documento si propone di fornire un contributo in materia, attraverso l’esposizione sintetica di alcuni elementi oggettivi e alcune considerazioni sul numero chiuso, solitamente poco rappresentati.

Il numero chiuso nelle università italiane
A partire dagli anni Ottanta, anche nelle università italiane è stato gradualmente introdotto un sistema di regolamentazione delle immatricolazioni. Seguendo l’esempio di numerosi altri Paesi, l’accesso ad alcuni corsi di laurea italiani è stato subordinato al superamento di una selezione preliminare che si propone di individuare gli studenti potenzialmente più idonei a frequentare con profitto il corso di studi prescelto.
Attualmente, molti corsi di università private, alcuni corsi di laurea specialistica a livello nazionale (Medicina e Chirurgia, Medicina Veterinaria, Odontoiatria e Protesi Dentaria, Scienze della Formazione Primaria e Architettura), alcuni corsi di laurea di recente istituzione e molti corsi di laurea triennali sono caratterizzati dalla presenza del numero programmato, regolato dalla legge n. 264 del 1999. La maggioranza dei corsi universitari italiani (circa i 2/3) è invece ancora ad accesso libero.
Nella maggior parte dei casi la selezione degli studenti viene effettuata sulla base del risultato di una prova a test e, talvolta, anche tenendo conto del voto conseguito all’esame di Stato e del curriculum scolastico degli ultimi anni.

Il numero chiuso è costituzionale?
Tra le argomentazioni di chi è contrario al numero programmato e ne chiede l’abolizione vi è quella della sua presunta incostituzionalità. Chi sostiene questa posizione afferma che il numero chiuso viola il diritto allo studio e, in particolare, gli articoli 2, 3, 33 e 34 della Costituzione. A questo proposito si osserva che nell’articolo 34 il Costituente, nel disporre che «la scuola è aperta a tutti» (comma 1), aggiunge significativamente che hanno diritto ad accedere ai gradi più alti degli studi «i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi» (comma 3). Una regolamentazione dell’accesso agli studi universitari (cioè ai gradi alti degli studi e non alla scuola dell’obbligo) che valorizzi le capacità e il merito degli aspiranti studenti, risulta pertanto legittima anche sul piano costituzionale.
Invece di ostacolare il percorso verso un sistema meritocratico che regolamenti gli accessi ai gradi più alti degli studi, per rispettare il dettato costituzionale bisognerebbe semmai potenziare il sistema di borse di studio da assegnare ai capaci e meritevoli privi di mezzi economici.
Nel novembre del 1998 la Corte Costituzionale ha comunque già sancito la legittimità costituzionale del numero programmato, evidenziando anche la necessità di garantire agli studenti una qualità dell’insegnamento conforme agli standard imposti dall’Unione Europea. Nella stessa sentenza la Corte Costituzionale sollecitava «un’organica sistemazione legislativa», giunta l’anno successivo con la legge n. 264 del 1999, attualmente in vigore.
Stabilita la liceità del numero chiuso sul piano costituzionale, è opportuno valutarne l’efficacia e l’utilità per gli studenti, per il sistema formativo universitario e per la collettività nel suo complesso.
Per esprimere una valutazione complessiva occorre conoscere le ragioni e i principi che hanno portato anche in Italia alla regolamentazione degli accessi in università, misurare i vantaggi che tale scelta comporta e, soprattutto, i risultati a cui ha dato luogo in quei corsi universitari che già da molti anni operano una regolamentazione delle immatricolazioni sulla base di criteri meritocratici

A cosa serve il numero chiuso?
Oltre a rispondere alla necessità di adeguare il sistema formativo italiano alle direttive dell’Unione Europea relative ad alcuni corsi di laurea, in generale la regolamentazione delle immatricolazioni operata attraverso una selezione su basi meritocratiche si dimostra funzionale sotto diversi aspetti.

Alzare la qualità della formazione
Le università possono offrire un servizio qualitativamente adeguato soltanto commisurando il numero di studenti alle effettive capacità delle strutture didattiche e del corpo docente. Le università devono infatti garantire alle proprie matricole un’adeguata accoglienza e reali opportunità formative. Questo aspetto è particolarmente rilevante per i corsi che prevedono attività di tirocinio, come quelli sanitari, o di laboratorio, come quelli scientifici, dove il numero di studenti è strettamente correlato alla qualità della loro formazione. La programmazione del numero di partecipanti a tali attività è quindi necessaria per assicurare una formazione di qualità elevata, nell’interesse non solo degli studenti ma anche della collettività.

Ridurre gli abbandoni e il numero di studenti inattivi
Le ultime statistiche sugli studi universitari in Italia indicano che circa il 40% degli studenti immatricolati abbandona l’università senza conseguire la laurea; la metà di essi abbandona già tra il primo e il secondo anno di corso. Le matricole inattive (immatricolati che per 12 mesi non sostengono alcun esame o non conseguono alcun credito) sono invece il 12,5% del totale delle matricole. Nel Decimo Rapporto sullo Stato del Sistema Universitario pubblicato nel dicembre 2009 dal Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario (CNVSU) tali indicatori di processo vengono presentati tra i fattori più critici del sistema formativo universitario italiano. Trattandosi di dati medi, ci sono facoltà dove le cose vanno meglio e altre dove il problema è più grave. Come si nota dal grafico seguente, il tasso di abbandono delle matricole tra il primo e il secondo anno risulta più basso proprio nei corsi di laurea che, già da diversi anni, prevedono corsi a numero chiuso a livello nazionale.

Percentuali delle matricole dell’anno accademico 06-07 che non si sono iscritte l’anno successivo (Fonte: ISTAT).

Una correlazione analoga si verifica anche con riferimento alla percentuale di matricole inattive, decisamente più bassa nei corsi di laurea che prevedono una selezione all’ingresso (per esempio: nella facoltà di Medicina e Chirurgia, dove il numero chiuso è in vigore da più tempo e a livello nazionale, la percentuale di matricole inattive è pari al 5,1% contro il dato medio di tutte le facoltà pari al 12,5%).

Aumentare il tasso di successo negli studi
Dai dati ISTAT (Università e lavoro: statistiche per orientarsi, 2009) emerge che i corsi di laurea che da diversi anni hanno istituito a livello nazionale il numero chiuso sono quelli con la più alta probabilità per gli studenti di conseguire la laurea. Nei corsi dell’area medica per esempio gli studenti che nel 2007 si sono laureati nei tempi previsti dal corso di laurea sono l’81,5% contro un dato medio nazionale pari a circa il 37,2%. Di conseguenza nel 2007, mentre complessivamente il 62,8% degli studenti si è laureato fuori corso, nel caso dell’area medica solo il 18,5% degli studenti si è laureato fuori corso.

Migliorare l’efficienza delle università e ridurre i costi sociali
Circa la metà delle matricole dei corsi universitari ad accesso libero non riesce a portare a termine gli studi. Questo significa che nei corsi senza numero chiuso la selezione è comunque presente, non all’ingresso, ma nella forma dell’abbandono negli anni successivi.
Tutto questo determina costi economici e disagi psicologici e sociali molto alti, non solo per gli studenti direttamente interessati e le loro famiglie, ma per l’intero Paese. Una selezione “naturale” al secondo o al terzo anno di studi, come avviene ora in Italia con tassi di abbandono molto alti specie nei corsi di laurea ad accesso libero, rappresenta un costo inutile per i contribuenti e un problema serio per gli studenti che abbandonano e che avrebbero invece dovuto essere indirizzati fin da subito verso un percorso formativo o professionale differente.
Per investire, come è giusto e doveroso fare, sui giovani potenzialmente in grado di laurearsi e di restituire così valore al Paese, è necessario, al contempo, minimizzare le spese per pagare gli studi di chi non li porterà a termine. Le ripercussioni negative di un sistema che non seleziona all’ingresso gli studenti sui quali investire non si limitano infatti ai maggiori costi economici complessivi e al disagio di coloro che abbandonano e che ritardano di alcuni anni il loro ingresso nel mondo del lavoro, ma toccano molto da vicino anche gli studenti capaci e seriamente motivati, che devono fare i conti con una situazione di sovraffollamento che abbassa inevitabilmente la qualità della loro formazione.

Migliorare le prospettive occupazionali
Ogni passo nel percorso formativo e professionale di un individuo, dal termine della scuola dell’obbligo fino all’inserimento nel mondo del lavoro e oltre, è caratterizzato da una certa selettività; se i primi passi del percorso scelto sono poco selettivi lo saranno di più i successivi e viceversa. Per questo motivo gli studenti che si laureano in un corso universitario ad accesso libero incontrano spesso grossi problemi al momento dell’ingresso nel mondo del lavoro. Un esempio è offerto dalla maggioranza dei laureati in Giurisprudenza (corso di laurea quasi ovunque in Italia ad accesso libero) che non hanno la possibilità di diventare notai, avvocati o uditori giudiziari, per l’elevata selezione degli esami per l’accesso a tali professioni. La differenza con l’inserimento professionale di un laureato in Odontoiatria (esempio di un corso di laurea che da oltre 20 anni prevede una seria selezione in ingresso) è eloquente.
Programmare gli accessi all’università significa quindi poter assicurare migliori prospettive occupazionali ai laureati, adeguando il loro numero ai bisogni effettivi che si registrano nei diversi settori professionali. Aumenta in questo modo la probabilità di intraprendere fin da subito una carriera universitaria in un campo che offra buone possibilità di impiego e si riduce il rischio di ritrovarsi, una volta laureati, con possibilità occupazionali scarse e/o poco coerenti con il proprio percorso di studi.

Favorire la mobilità sociale
In Italia, più che in altri Paesi, il ricambio generazionale per alcune professioni sembra non avvenire solo su basi meritocratiche ma anche per via “ereditaria”. I “figli di nessuno” difficilmente riescono ad avere le stesse opportunità dei figli dei professionisti. Questo si verifica in particolare nelle professioni dove i filtri di accesso sono collocati al termine e non all’inizio del percorso di formazione universitaria. Avvocati, notai e commercialisti sono forse i casi più noti. Questo fenomeno, che non favorisce la mobilità sociale, risulterebbe certamente ostacolato da una programmazione nazionale degli accessi all’università correlata alla domanda del mercato del lavoro. La diffusione di una selezione meritocratica all’inizio degli studi universitari renderebbe infatti più semplice ai laureati l’inserimento nel mondo del lavoro, contribuendo così a creare anche in Italia le condizioni di pari opportunità ora non sempre garantite.

Aumentare la competitività delle università
Per alcune università, come per esempio la Bocconi di Milano e la LUISS di Roma, l’adozione del numero chiuso è stato un fattore che ha contribuito a determinare il successo e il prestigio dell’ateneo nel mondo accademico e nel mondo del lavoro. La prova di ammissione obbligatoria ha infatti permesso fin dall’inizio di individuare gli studenti più preparati, con capacità logiche e di apprendimento più adeguate al tipo di studi proposti, e quindi con maggiori possibilità di successo. Le università italiane sono infatti inserite in un sistema competitivo che da tempo ha superato i confini del nostro Paese. In questo contesto il numero chiuso è uno degli strumenti che permettono ai migliori atenei di affrontare la sfida internazionale. Gli studenti delle migliori università del mondo hanno dovuto infatti superare delle selezioni molto dure per potervi intraprendere gli studi ed è con loro che gli studenti italiani devono competere oggi nelle aule universitarie e competeranno domani sul mercato del lavoro.
In definitiva, più che garantire un generico diritto a frequentare le lezioni, anche l’Università italiana deve cercare di offrire ai propri studenti la possibilità concreta di laurearsi conseguendo una formazione di qualità elevata che rappresenti un valore nel mercato professionale nazionale e internazionale. E siccome in Italia, come negli altri Paesi, le risorse destinate all’università non sono e non potranno mai essere infinite, così come non sono infiniti gli sbocchi professionali che si aprono ai laureati, è necessario orientare e selezionare gli studenti prima degli studi universitari in base alle capacità e alle inclinazioni individuali e in base alle esigenze del mondo del lavoro. In questo modo ogni università potrà certamente investire meglio le risorse disponibili.

La prova a test come strumento di selezione
La prova di valutazione a test non è il solo strumento disponibile per individuare i candidati più motivati e potenzialmente più portati per un certo corso di studi. Altri criteri di valutazione sono per esempio l’esame dei curricula degli studenti (voti dell’esame di Stato e degli ultimi anni delle scuole superiori) oppure l’esito di colloqui che potrebbero essere organizzati appositamente dalle università.
Il test a risposta multipla è tuttavia lo strumento di valutazione più utilizzato al mondo non solo in ambito universitario ma anche nei processi di selezione sul lavoro che coinvolgono un elevato numero di candidati. Anche in Italia l’esperienza ha dimostrato che, dove il test di ammissione/valutazione è stato progettato e gestito con serietà e professionalità, esiste una forte correlazione fra il punteggio conseguito nel test e i risultati ottenuti nel corso degli studi universitari. In particolare, ricerche autorevoli condotte dalle università o dal CNVSU hanno mostrato che:

  • il tempo di conseguimento della laurea è inferiore per gli studenti che ottengono un punteggio elevato nella prova a test;
  • gli studenti che ottengono un buon punteggio nella prova di ammissione superano gli esami con votazioni più alte e si laureano con una votazione mediamente più elevata rispetto ai candidati posizionatisi nelle fasce inferiori della graduatoria;
  • il numero di esami superati in corso è tanto più elevato quanto maggiore è il punteggio conseguito nella prova a test;
  • regolamentare l’accesso in università attraverso adeguate prove a test ha consentito di indirizzare gli studenti verso i corsi di laurea che risultano maggiormente idonei alle attitudini dei singoli.

Il CNVSU nel suo Decimo rapporto sullo stato del sistema universitario riassume nel modo seguente quanto appena detto: «le facoltà con gli studenti più regolari sono quelle dove vi sono prove di selezione all’ingresso e accessi programmati».
Le stesse ricerche sopra citate hanno mostrato che il voto di maturità e i risultati scolastici degli ultimi anni, se utilizzati come elemento di valutazione unico o prevalente, possiedono capacità predittive sull’esito degli studi universitari generalmente inferiori a quelle offerte dalle prove a test. Il motivo è prevalentemente legato al fatto che i voti scolastici non sono in grado di discriminare tra i diversi tipi di scuola superiore (liceo, istituto tecnico ecc.) e tra i diversi livelli di qualità e criteri di valutazione dei singoli istituti o commissioni esaminatrici.
La presenza di una prova selettiva di tipo meritocratico all’ingresso, oltre a svolgere una preziosa funzione di supporto all’orientamento agli studi universitari, rappresenta per gli studenti più motivati un forte stimolo a intraprendere un percorso di formazione specifico che si è rivelato poi utile anche nel percorso di studi universitari. È sempre più condivisa infatti l’opinione che la scuola spesso non riesce ad assolvere al compito di preparare adeguatamente gli studenti per gli studi universitari. L’incentivo offerto dalla presenza degli esami di ammissione a intraprendere una preparazione pre-universitaria deve quindi essere visto in termini certamente positivi.
In conclusione le prove a test, lontane dal discriminare gli studenti in base all’ambiente sociale di provenienza, se ben progettate e gestite, garantiscono criteri di valutazione unicamente meritocratici, concorrendo così al raggiungimento di un sistema competitivo, del quale beneficiano gli studenti stessi. Il prestigio di un ateneo è infatti determinato anche dalle opportunità di lavoro dei suoi laureati: condurre fino alla laurea un numero limitato e scelto di studenti, nei tempi previsti e con buoni curricula di studi, consente di attivare canali di collegamento privilegiati tra le università stesse e il mondo produttivo e professionale.
Quanto detto consente di capire il motivo per il quale gran parte degli studenti che frequenta o si è laureato in un corso con accesso programmato, avendone sperimentato personalmente i vantaggi, si dichiara favorevole alla selezione delle aspiranti matricole tramite prove a test.

Come migliorare il sistema attuale
La maggioranza dei corsi universitari delle università statali italiane è ancora ad accesso libero. Per le considerazioni sopra esposte il sistema universitario, gli studenti e la collettività nel suo complesso avrebbero bisogno di una rapida diffusione della regolamentazione degli accessi all’università attraverso selezioni di tipo meritocratico.
È opinione condivisa che il sistema di selezione attualmente in uso potrebbe essere migliorato nella direzione di una maggiore uniformità e trasparenza. In particolare sarebbe auspicabile definire alcuni modelli di test standard da utilizzare a livello nazionale, uno per ogni area di studio o per raggruppamenti di aree di studio, così come già è stato fatto per alcuni corsi di laurea (medica, architettura e scienze della formazione primaria).
Per i motivi già espressi in precedenza non si ritiene opportuno che il voto di maturità e/o i voti conseguiti negli ultimi anni della scuola superiore abbiano un peso sull’esito della selezione per l’accesso all’università. Bisogna infatti consentire a uno studente diplomato con un voto basso in un liceo severo di potersi confrontare utilmente con uno studente diplomato con un voto alto in un istituto con professori di “manica larga”.
Da alcuni mesi è allo studio l’introduzione di una prova nazionale a test nell’esame di Stato gestita dall’INVALSI così come è stato fatto per l’esame di terza media. Se tale progetto dovesse realizzarsi, l’esito di tale prova potrebbe concorrere a fare media con il risultato del test universitario. A differenza dei voti di maturità e degli ultimi anni di scuola, si tratterebbe infatti di una prova oggettiva e uguale per tutti.
Il colloquio come strumento aggiuntivo di valutazione introdurrebbe una componente discrezionale nel percorso di selezione, terreno fertile per favoritismi e raccomandazioni, e non sarebbe comunque praticabile per via dei costi e dei tempi necessari.
Come è noto, negli ultimi anni si sono verificati casi di prove a test contenenti alcune domande errate. È singolare che parte dell’opinione pubblica e della stampa abbia reagito a questi casi criticando in toto la scelta di regolamentare l’accesso ai corsi e lo strumento dei test; facendo un parallelo con l’esame di maturità, è come se la presenza di un errore nella traccia di una prova scritta dovesse mettere in discussione l’utilità e l’esistenza dell’esame stesso. È evidente invece che i test devono semplicemente essere fatti bene: devono essere accuratamente progettati, calibrati e formulati in funzione delle caratteristiche e delle potenzialità degli studenti che si vogliono individuare e devono essere perfezionati nel tempo attraverso apposite analisi statistiche in modo da massimizzare la correlazione tra esito del test e performance degli studenti negli studi universitari. In questa direzione si è per esempio mosso il MIUR, negli ultimi anni riducendo nelle prove a test dell’area medica e di architettura il peso dei quesiti nozionistici e di cultura generale a favore dei quesiti logico-attitudinali e di ragionamento.
Il sistema di selezione in uso per l’accesso al corso di laurea in Medicina viene periodicamente criticato da alcuni medici. Questa critica si fonda sul seguente ragionamento: «Sono un bravo medico che esercita con successo la professione da decenni; se partecipassi ora alla selezione non riuscirei a entrare al corso di Medicina; quindi la selezione è sbagliata». Tale ragionamento si basa su un presupposto errato che rende la critica priva di fondamento: le prove di selezione non possono e non devono infatti misurare le capacità professionali di medico, che gli studenti neodiplomati naturalmente non possiedono, ma si devono limitare a verificare la preparazione dei candidati acquisita negli studi precedenti e le loro attitudini e potenzialità di apprendimento verso le discipline medico-scientifiche.
A differenza di quanto avviene ora, sarebbe opportuno ricorrere a graduatorie uniche nazionali per ogni corso di laurea, dando così la possibilità agli studenti più capaci di scegliere l’università presso la quale frequentare e laurearsi. In questo modo la selezione sarebbe più equa e si favorirebbe contestualmente l’instaurarsi di un sistema universitario fondato sul merito e sulla concorrenza, ingredienti essenziali per una formazione di qualità e per una maggiore mobilità sociale. A questo proposito si osserva che il problema della mancanza di una graduatoria unica nazionale per corso di laurea non è, come spesso denunciato, il fatto che si sono registrati punteggi soglia differenti per accedere ai diversi Atenei. Questa infatti è una normale conseguenza della sana competizione che dovrebbe esserci anche in Italia tra i diversi Atenei. Ciò che invece si deve evitare è che uno studente con un punteggio al test insufficiente per accedere all’Ateneo A non possa iscriversi all’Ateneo B per il quale lo stesso punteggio risulta invece sufficiente.
Come già detto, queste modifiche andrebbero tuttavia accompagnate da un graduale aumento dei fondi dedicati alle borse di studio da assegnare agli studenti migliori in modo che possano scegliere liberamente l’università anche se lontana dalla propria residenza.
Le informazioni sui test nazionali e sul sistema in uso dovrebbero infine essere quanto più precise e dettagliate possibili e dovrebbero essere diffuse con grande anticipo in modo da consentire agli studenti di intraprendere le proprie scelte in modo consapevole già nel corso degli ultimi anni delle scuole superiori, in occasione dei percorsi di orientamento alla scelta degli studi post diploma.