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Fútbol bailado

Fútbol bailado
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Italia, primavera del 1975. Nei pressi di Mantova, Pier Paolo Pasolini sta girando Salò o Le 120 giornate di Sodoma. Poco distante, nei dintorni di Parma, Bernardo Bertolucci lavora al film Novecento. Nel giorno del compleanno di Bertolucci, il 16 marzo, viene organizzata una partita di calcio tra le due troupe.
 Il campo è quello della Cittadella, a Parma, intorno al quale sono tutti raccolti i protagonisti di questa storia: Pasolini corre come un forsennato, Bertolucci si improvvisa allenatore; sulle gradinate, tra i numerosi spettatori, si aggirano Alberto, un bambino intimorito dalla solitudine, e Vincenzo, un terrorista nero con una agghiacciante missione da compiere. Il risultato della partita è in sospeso quando, all’inizio del secondo tempo, entra in campo un sedicenne dalle lunghe cosce, lento e affascinante. Si chiama Francesco, viene dalle giovanili del Parma e gioca con una grazia dirompente. Pasolini, guardando il suo fútbol bailado, calcio danzato imparato nelle strade e nelle piazze, decide di cambiare il finale del film: il nero di Salò, della dominazione fredda dell’uomo sull’uomo, si tinge di una nuova speranza.
 Pochi mesi dopo, il 2 novembre 1975, il desiderio di morte di Pasolini si compie: il momento estremo nella vita del poeta è anche appuntamento cruciale per Francesco e Vincenzo, un discrimine tra fedeltà e tradimento.
 Sette anni più tardi, nel 1982, troviamo Francesco al termine di una folgorante carriera in serie A: nel pieno dello scandalo del calcio scommesse si è francescanamente spogliato del suo successo, e ora allena una piccola squadra giovanile di provincia. È un Francesco stanco, ammalato, povero, che tossisce sangue ma continua a sprigionare lo splendore conturbante del suo fútbol bailado.
 In quella stessa estate Alberto, che dal loro primo incontro è legato a Francesco in una speciale amicizia, scappa di casa: vuole a tutti i costi assistere alla finale dei mondiali di Spagna e Francesco decide di accompagnarlo. Durante il viaggio, che i due non riusciranno a concludere, emergono la luce e il buio dei sette anni trascorsi da quella partita alla Cittadella, un momento che ha intrecciato in un unico nodo, di colpa e di speranza, le vite di quanti, lì, erano.
 Il grande romanzo di Alberto Garlini racconta attraverso le vicende dei suoi protagonisti la perdita dell’innocenza di un intero Paese, di cui la figura di Pier Paolo Pasolini è l’emblema tragico e potente.

Alberto Garlini è nato a Parma nel 1969 e vive a Pordenone.
Nel 2001 ha pubblicato una raccolta di poesie: Le cose che dico adesso, Nuovadimensione.
Nel 2002 ha pubblicato con Sironi il romanzo Una timida santità, vincitore del Premio Vigevano 2003.
 Collabora alle pagine culturali del «Messaggero Veneto».
È tra i curatori della manifestazione culturale Pordenonelegge.